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I tempi in cui Edoardo Brizio visse e svolse la sua professione di archeologo furono, per l’Italia in generale e per gli studi archeologici italiani in particolare, un’epoca ricca di avvenimenti e di radicali mutamenti. Se a noi oggi può sembrare che archeologia e amor di patria poco abbiano a che fare fra di loro, così non era per gli uomini di allora, che vedevano un nesso profondo fra il “restituirsi ad unità” della patria e la ricerca delle sue radici prime e del suo glorioso passato.
Brizio, iscritto alla Facoltà di Lettere dell’Università di Torino, entrò ufficialmente nel mondo dell’archeologia a poco più di vent’anni, quando Ariodante Fabretti, professore di Archeologia, intuendo le potenzialità del giovane allievo, lo spinse a partecipare al concorso per la scuola archeologica di Pompei, appena istituita da Giuseppe Fiorelli, direttore del Museo di Napoli e degli Scavi di Pompei.
Il Fiorelli, certamente la personalità più significativa della nascente archeologia italiana, istituì quella “scuola” per realizzare un duplice sogno, fare dell’archeologia una scienza nuova e dotare lo stato di strutture e di persone preparate che potessero tutelarne le grandi ricchezze artistiche ed archeologiche, conducendo gli scavi con metodo e con rigore e non solo frugando la terra alla ricerca di cose belle, come era avvenuto fino ad allora,
Fu così che nel 1868 Brizio si trasferì a Pompei, in una “umile casetta antica, racconciata e rifinita alla meglio, dai muri maceri, gocciolanti di umidore…sorgente fra mezzo alle altre smantellate e mozze, nel silenzio della deserta città”, per frequentare una “scuola senza maestri”, affidata allo studio personale, all’assidua frequentazione degli scavi diretti dal Fiorelli ed alle visite settimanali di due studiosi di valore esperti di antichità romane, il De Petra e il De Ruggero.
Brizio, superando mille difficoltà, uscì dagli anni pompeiani con solide basi sul modo di condurre gli scavi e sullo studio dell’arte e dell’archeologia classiche, primo di una nuova generazione di archeologi che, negli anni seguenti, avrebbe costituito il nerbo del sistema di tutela, di ricerca e di formazione in campo archeologico del nuovo stato italiano.

Gli anni fra il 1870 e 1876 videro un susseguirsi di eventi e di iniziative nel campo delle antichità e della loro tutela, anche in relazione ai problemi di salvaguardia delle storiche collezioni e dei monumenti romani venuti alla ribalta dopo la presa di Roma; ed il giovane Brizio visse da protagonista molte di queste vicende.
Nel marzo 1871 fu istituita la “Soprintendenza per gli Scavi e Conservazione dei Monumenti della Provincia di Roma” diretta dall’architetto Pietro Rosa che, per poter seguire gli scavi intrapresi sul Palatino, al Colosseo e ai Fori Imperiali, ottenne dal Fiorelli come collaboratore Edoardo Brizio, che si trasferì quindi a Roma nel 1872 con la qualifica di Segretario della Soprintendenza. Oltre al contatto con scavi di straordinaria importanza, il soggiorno romano aprì al giovane studioso la frequentazione del più importante cenacolo di studi sull’arte e l’archeologia classiche, il tedesco Instituto di Corrispondenza Archeologica, dove “respirò a pieni polmoni l’atmosfera di quello ch’era ancora l’unico asilo degli studi archeologici”.
Fu tuttavia una breve parentesi: creatosi un clima di controversie ed inimicizie attorno al Rosa, anche il Brizio fu temporaneamente sospeso dal suo incarico ed inviato in Grecia per fini di istruzione.
Nel contempo, Ruggero Bonghi, Ministro della Pubblica Istruzione, creò un apposito Ufficio Centrale per il controllo degli scavi, dei musei e delle gallerie, affidandone la direzione al Fiorelli. Era la nascita della nuova struttura di tutela dello stato italiano, che avrebbe assorbito anche la Soprintendenza di Roma, e per la quale Fiorelli volle accanto a sé i giovani più promettenti della rinascente archeologia italiana: Barnabei, Pigorini ed il Brizio, richiamato dalla Grecia, nonostante le sue resistenze.
Sono gli anni in cui prendono corpo gli uffici territoriali, le procedure di tutela, le pubblicazioni scientifiche, quali le “Notizie degli Scavi di Antichità”; tutto questo non senza gravi difficoltà e resistenze, non ultima l’opposizione parlamentare a qualsiasi progetto di legge che prevedesse una seppur minima limitazione alla proprietà privata dei beni di interesse storico ed artistico.
È Barnabei a narrarci le fatiche ed i piccoli, avventurosi eroismi del loro lavoro pionieristico ed a darci testimonianza del comportamento dell’amico Brizio: “non vi era fatica alla quale egli si sottraesse nell’adempimento del proprio ufficio, per il decoro nazionale e per il progresso della cultura, quando si trattava di raccogliere dati sopra le scoperte di antichità. Ricordo di essere stato più volte con lui a Corneto Tarquinia, dove egli si contentava di passare le ore dalla notte senza un lamento seduto su una sedia, quando non gli era stato possibile trovare un letto su cui riposare”.

Primo compito dell’insegnamento archeologico dev’essere quello di mostrare a leggere i monumenti archeologici cioé a saperli comprendere (E. Brizio, Prima lezione anno accademico 1876/77; Bologna, Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio, Mss. Brizio II).
Nel 1876 Edoardo Brizio venne nominato professore di Archeologia all’Università di Bologna da una commissione formata da Fiorelli, De Petra e Fabretti; l’arrivo a Bologna del giovane archeologo suscitò polemiche da parte della cultura bolognese che lo opponeva ad un altro candidato, il perugino e nobile Giancarlo Conestabile, molto più gradito alla vecchia scuola accademica: anni dopo, alla morte del Conestabile, la Contessa Gozzadini scriverà ad un’amica, riferendosi ai “neo-archeologi” fra cui annoverava il Brizio: “Ai tempi dei sacrifici umani si sarebbe immolata una dozzina di questi archeologini ai Mani del Conestabile nella sua pompa funebre”.
La nomina di Brizio rientrava nel processo di svecchiamento dell’Ateneo bolognese, dove nel 1860 era arrivato il giovanissimo Giosué Carducci e, assieme a lui, molti altri docenti giovani e dalle idee innovative, fra i quali il latinista Giambattista Gandino, conterraneo di Brizio.
A Bologna il Brizio portava un nuovo modo di affrontare l’Archeologia Classica. Punto focale del suo insegnamento era il contatto diretto con i monumenti, illustrati attraverso i metodi di analisi desunti dai maestri tedeschi. “In Germania - dice in una delle sue prime lezioni - l’archeologia si fa sul serio”.
Questa sua determinazione si mantenne nel corso dei lunghi anni di insegnamento; ne sono testimonianza le lezioni spesso tenute in museo, al cospetto dei materiali archeologici o delle copie delle opere di arte classica, e la passione con la quale perorava presso le autorità accademiche la causa delle gite di istruzione sui luoghi degli scavi, riuscendo non solo a introdurle, ma a convertirvi lo stesso Carducci, che spesso vi prese parte.
Pur orientando il suo insegnamento soprattutto all’Archeologia Classica, il Brizio sapeva fin dal primo momento che, recandosi a Bologna, avrebbe dovuto confrontarsi con gli orizzonti aperti in quegli anni da una “scienza nuova”, la Paletnologia, nata verso gli anni 60 del secolo dalla contaminazione fra discipline storiche e scienze geologico-naturalistiche; proprio in Emilia Romagna, grazie ad Antonio Zannoni e Giovanni Gozzadini a Bologna, Gaetano Chierici a Reggio Emilia e Luigi Pigorini e Pellegrino Strobel a Parma, la Paletnologia aveva avuto grande impulso attraverso le intense campagne di scavo condotte secondo il nuovo metodo e la pubblicazione esaustiva ed illustrata dei risultati, che costituirono il fondamento della nuova scienza
Per queste ragioni Brizio, per la sua prolusione accademica, non scelse un tema di Archeologia Classica, ma affrontò uno dei nodi più scottanti e vivi nella nuova scienza paletnologica: l’identità etnica dei popoli che avevano abitato la pianura padana durante l’età del Ferro.
La Paletnologia, raramente oggetto delle lezioni universitarie, sarebbe però diventata uno dei campi d’indagine più cari al Brizio, anche se in esso dovette affrontare duri scontri con altri archeologi, capeggiati a Bologna dal Gozzadini e dallo Zannoni.

...non bastava scoprire e descrivere i monumenti, occorreva tutelarli e conservarli nei centri della regione in cui erano apparsi e quali documenti di storia locale. Di qui la necessità di vasti Musei con vetrine ampie in cui disporre gli oggetti secondo l’indirizzo odierno degli studi, il quale impone di tenere riunita tutta la suppellettile raccolta nelle singole tombe e con l’ordine stesso in cui venne estratta dalla necropoli (E. Brizio, Il nuovo Museo Nazionale delle antichità in Roma, “Nuova antologia”, XIV s. III, 1889).
Il Professore di Archeologia e Numismatica era anche il Direttore del Museo di Antichità dell’Università, un’istituzione importante e di livello internazionale, costituta dai lasciti che fin dal ’600 studiosi e grandi collezionisti avevano fatto alla città: un nome per tutti, quello del grande naturalista Ulisse Aldrovandi.
Il Museo, destinato soprattutto all’uso didattico ed interno all’Università, aveva progressivamente perso la sua importanza, mentre si andava formando un piccolo Museo di proprietà comunale, ospitato presso la Biblioteca dell’Archiginnasio, che nel 1861 si arricchì della splendida e ricchissima collezione del pittore Pelagio Palagi e, negli anni seguenti, accolse gli straordinari risultati degli scavi archeologi che andavano riscoprendo un passato della città inedito e del tutto insospettato.
Quando il Brizio arrivò a Bologna, già da alcuni anni Università e Comune stavano elaborando un progetto per riunire le loro collezioni in un unico grande museo, ma si interponevano difficoltà di ogni genere, dalla scelta della sede all’ordinamento delle collezioni.
Nel 1878 vennero nominati i direttori del futuro Museo Civico: Edoardo Brizio per la sezione archeologica, Luigi Frati per quella medievale e moderna; direttore generale fu Giovanni Gozzadini, personaggio illustre, insigne rappresentante della vecchia scuola ancora legata all’antiquaria erudita che spesso si scontrò con la mentalità “moderna” del giovane Brizio.
Il Brizio elaborò il progetto scientifico della sezione archeologica: gli oggetti delle antiche collezioni, spesso del tutto sradicati dal loro contesto di rinvenimento, dovevano essere separati da quelli venuti alla luce negli scavi condotti a Bologna e nel suo territorio.
Questi, esposti in ordine cronologico e “secondo le località, gli strati, le associazioni”, dovevano “presentare al visitatore il graduato svolgimento della civiltà nella regione felsinea dai tempi più remoti fino a tutto il periodo romano”; gli oggetti di antiche collezioni, invece, disposti in ordine cronologico e tipologico nelle prime sale, quasi ad introduzione, dovevano offrire “importanti elementi di confronto per meglio lumeggiare quelli analoghi provenienti dal territorio felsineo”.
Il 25 settembre 1881 il museo fu finalmente inaugurato nei locali dell’ex Ospedale della Morte, nel cuore della città ed a fianco della grande biblioteca civica dell’Archiginnasio.
L’apertura del museo fu un grande successo scientifico e di pubblico, merito soprattutto di Edoardo Brizio che, su proposta del Rettore dell’Università di Bologna, il 15 Gennaio 1882, ottenne l’onorificenza di Cavaliere della Corona d’Italia, conferitagli da Sua Maestà il Re Umberto I.

“(L’archeologo) ha bisogno di vivere in costante dimestichezza con i monumenti...E mano a mano che ne acquista conoscenza più estesa, gli nasce spontaneo e prepotente nell’animo il desiderio di cercarne altri che sui primi diffondano più larghi sprazzi di luce, di vederli e coglierli come stanno sotterra, innanzi che mani profane ne sturbino il millenario riposo” (G. Ghirardini, Commemorazione di Edoardo Brizio, AMDSP Romagna s. III, XXVII, 1909).
Nell’appassionato ricordo del suo maestro e predecessore, Gherardo Ghirardini riassume l’opera del Brizio in tre parole “scuola, museo, scavi” e lo cita come esempio del fatto che “professare la dottrina, reggere un istituto, imprendere ricerche di antichità erano uffici intimamente e armoniosamente congiunti”.
Nei primi anni il Brizio, in qualità di Direttore del Museo Archeologico, intraprese scavi solo nel Bolognese; quando alla morte del Gozzadini (1887) venne nominato Regio Commissario alle Gallerie e agli Scavi, la sua attività si allargò all’intera Emilia Romagna ed alle Marche, dove diresse lo scavo delle necropoli di Novilara e di Montefortino, fondamentali per la conoscenza della prima e seconda età del ferro picena.
Gli scavi sul territorio bolognese spaziarono dalla preistoria alla romanità, e furono frutto sia di scoperte occasionali, sia di precise scelte indirizzate a verifiche e chiarimenti delle teorie che il Brizio andava elaborando sull’archeologia bolognese. Allo stesso tempo, egli cercava in tutti i modi di assicurare al Museo i reperti venuti in luce in seguito a rinvenimenti fortuiti o scavi regolari condotti da altri archeologi, in una costante azione di tutela della realtà archeologica del territorio.
La sistematizzazione dell’imponente quantità dei dati provenienti dagli scavi che si erano susseguiti a Bologna a partire dalla metà del secolo, insieme ad un approfondito confronto con le fonti storiche, portò Brizio a proporre uno schema interpretativo influenzato dall’impostazione tipica della ricerca di quel tempo, che sentiva come primaria la necessità di attribuire il nome di un popolo alle testimonianze archeologiche che venivano riportate alla luce. A Bologna si sarebbero succedute cinque differenti popolazioni, portatrici di diverse culture archeologiche: i Liguri, abitatori delle terramare, gli Umbri, identificati con i portatori della cultura villanoviana, gli Etruschi, i Galli ed infine i Romani.
Su questa teoria, come su altri aspetti del comune mestiere, il Brizio ebbe scontri spesso aspri con altri archeologi: Gozzadini sosteneva accanitamente l’appartenenza agli Etruschi della cultura villanoviana e pretendeva subordinazione gerarchica mentre Zannoni reclamava la direzione degli scavi ed affermava, forse non a torto, una sua superiorità nella loro conduzione. Con gli studiosi non bolognesi, primo fra tutti il tedesco Helbig, sostenitore della provenienza degli Etruschi dal nord, lo scontro si spostava invece sul livello puramente scientifico, ma non era per questo meno aspro e coinvolgente. L’eco di questi accaniti litigi e dispetti arrivava fino alla Direzione Generale del Ministero, che cercò sempre di mediare con molta saggezza.
Il metodo del Brizio, al di là delle interpretazioni storiche superate da nuovi ritrovamenti e da nuove impostazioni scientifiche, ha costituito e costituisce tuttora la linea guida dell’archeologia non solo bolognese.
Lezione tenuta da Brizio sugli scavi di Marzabotto
Fotografia scattata durante una lezione tenuta da Edoardo Brizio sugli scavi di Marzabotto il 20 marzo 1907
Lezione tenuta da Brizio sugli scavi di Marzabotto
Fotografia scattata durante una lezione tenuta da Edoardo Brizio sugli scavi di Marzabotto il 20 marzo 1907
Bologna, Museo Civico
 Bologna, Museo Civico. Il grande salone X
 
 
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