Nel mondo romano il marmo, non più destinato solo alla costruzione dei templi e alla statuaria, diventa materiale d’uso comune anche nell’edilizia pubblica e privata. In Italia settentrionale è particolarmente diffuso il marmo proveniente dalle cave di Luni, nelle Alpi Apuane, il cui sfruttamento inizia a partire dalla prima metà del I secolo a.C. e diventa sistematico con l’età cesariana ed augustea. A Pollentia, dove prevale l’utilizzo del lunense nelle sue diverse qualità per elementi architettonici, sculture ed epigrafi, è attestata anche una presenza di marmi locali quali il bardiglio della Val Varaita e, in percentuale minore, di marmi provenienti dalla Grecia e dall’Asia Minore quali il pentelico, il proconnesio e il pavonazzetto. Quest’ultimo, definito marmor Phrygium perché estratto dalle cave di Docimium, antica città della Frigia (attuale Turchia), è uno dei marmi di maggior pregio e tra i più ricercati nell’impero romano, oltre che tra i più costosi come segnala l’Edictum de maximis pretiis di Diocleziano.



Frammenti di cornici. Marmo di Luni o della Grecia (pentelico).
Fine I-II secolo d.C. (Pollenzo, necropoli monumentale, piazza Vittorio Emanuele)