Le epigrafi rinvenute a Pollentia e nel suo vasto territorio (ager) costituiscono una importante fonte per conoscere le attività produttive ed economiche e i culti praticati nella città tra I e II secolo d.C.

Alcune stele attestano la presenza di esponenti dell’ordine senatorio, di liberti e di agricoltori, che utilizzavano come segnacoli funerari grosse pietre fluviali incise con il nome del defunto. Il ruolo fondamentale dell’agricoltura, ricordato dalle fonti letterarie, è confermato dalla stele in marmo bianco del liberto che faceva il commerciante di vino (merkator vinarius).
A Pollentia era praticato anche l’allevamento, soprattutto di ovini, che fornivano una lana di colore bruno che Plinio e Marziale dicono particolarmente pregiata; dall’ager pollentinus provengono la stele di un tintore di stoffe (purpurarius), quella di un tosatore (tonsor) e quella di una famiglia di produttori e commercianti di stoffe.
Il grande altare (ara) in marmo dedicato alla figlia morta a sei anni e mezzo da Castricius Saturninus, magister augustalis a Pollentia ed Augusta Bagiennorum rivela la presenza, nelle due città, del collegio dei sacerdoti Augustali (seviri), preposti al culto dell’imperatore.
L’iscrizione su alcuni frammenti di trabeazione in marmo testimonia che a Pollentia esisteva un edificio sacro dedicato alla dea Vittoria mentre altre epigrafi provenienti dal territorio indicano la pratica del culto di Giove (Iuppiter).