La sala, di piccole dimensioni, è dedicata alla città romana di Pollentia la cui ubicazione nel borgo dell’attuale Pollenzo era già nota alla fine del Settecento a seguito delle ricerche condotte dall’Accademia delle Scienze di Torino, e in particolare dal Conte Franchi di Pont e dall’architetto Randoni.
Le vicende urbanistiche della città e di alcuni suoi monumenti pubblici più famosi come il ben noto anfiteatro, ora meglio chiarite dalle indagini che la Soprintendenza per i Beni Archeologici del Piemonte vi ha condotto a partire dagli anni novanta del secolo scorso in poi, sono suggerite attraverso immagini e ricostruzioni ideali che rimandano a quanto ancora conservato, in parte a vista e in parte ancora al di sotto dei sedimi stradali, a Pollenzo e al percorso storico-archeologico che si snoda attraverso la frazione moderna.
Significativi documenti della ricchezza della decorazione architettonica degli edifici pubblici e privati, che già il Franchi Pont segnalava numerosa e di particolare qualità, sono alcuni reperti in marmo esposti nella vetrina centrale. Accanto a due mani, una delle quali probabilmente un ex-voto, e a dita in bronzo pertinenti a statue di grandi dimensioni, vi sono frammenti  con girali di tipo vegetale, da interpretarsi come parti di cornici analoghe agli esemplari più completi esposti al piano terreno  e destinate a decorare la parte terminale dei tetti (trabeazione) degli edifici più importanti.     
E’ probabile la pertinenza  all’apparato decorativo del complesso teatrale (teatro e quadriportico retrostante la scena con tempio/sacello al centro) del  terminale di  transenna che, recuperato di recente  nell’area di Pollenzo occupata in antico dal teatro, è decorato sulla fronte dalle zampe di un capro, animale sacro a Dioniso o Bacco, le divinità che presiedevano allo svolgimento degli spettacoli teatrali.
Alla sfera del mondo dionisiaco riconduce anche l’ermetta con testa di Dioniso giovanile, già proveniente dal castello di Pocapaglia, ma probabilmente pertinente alla decorazione di monumenti pubblici o di ricche domus pollentine. Databile tra I e II secolo d.C., rimanda al complesso figurativo delle ermette con soggetto dionisiaco reimpiegate sulla facciata della chiesa medievale di San Pietro a Cherasco e quasi certamente provenienti dallo spoglio di edifici della vicina Pollentia.
La maggior parte dei reperti è in marmo di Luni del tipo più pregiato – il cosiddetto  “statuario”  -, la cui diffusione in Italia settentrionale incomincia con l’età augustea; tuttavia, è attestata anche la presenza  di marmi locali quali il bardiglio della Val Varaita, utilizzato anche per le gradinate dell’anfiteatro, e, in percentuale minore, di marmi provenienti dalla Grecia e dall’Asia Minore.